Comune di Reggio Emilia

Poesia e teatro


Poesia
Due citazioni scovate da Gualtiero De Santi nel vasto mare dei testi di Cesare Zavattini ("Ero nato poeta di sicuro", "Ho desiderato essere poeta per tutta la vita"), riportate dallo scrittore urbinate nel capitolo La scoperta della poesia del suo libro Ritratto di Zavattini scrittore (Reggio Emilia, Imprimatur, 2014), riconducono ad uno degli aspetti più intimi della creatività zavattiniana. Molte delle sue liriche, con numerosi originali, sono conservate nell’archivio. Si tratta di poesie edite ed inedite dalle quali mancano tuttavia le prove poetiche degli esordi, i cui originali potrebbero essere stati bruciati dallo stesso Za assieme alla gran parte delle sue carte, soprattutto lettere, probabilmente nel 1937, per il timore di una perquisizione da parte della polizia fascista.
Se nel 1967 Zavattini ha dato alle stampe l’esemplare poemetto Toni Ligabue (un ritratto in versi liberi del grande pittore di Gualtieri), nel 1973 lo stesso Zavattini ha composto nel suo dialetto luzzarese la raccolta di poesie Stricarm’ in d’na parola (trad.: Stringermi in una parola, 1973) con cui ha cercato di andare alla riscoperta delle proprie radici padane finendo per scrivere un libro – con numerose versioni preparatorie – che Pasolini ha definito "bello in assoluto". Il volumetto, edito da Scheiwiller nel 1974, ha riscosso molto successo quantunque la poesia dialettale non godesse di molta considerazione nel mondo accademico e da molti sia ancor oggi ritenuta un genere letterario ‘minore’. Dopo le Otto canzonette sporche pubblicate nel 1975, Zavattini torna alla poesia in italiano e dialetto con la raccolta A vrés che esce a Suzzara nel 1986 a cura di Giovanni Negri.

Teatro
Zavattini si è confrontato col teatro di prosa in modo dialettico. Il mito della drammaturgia lo ha attratto fin da giovanissimo. Ciononostante, ha sempre espresso una critica radicale da un lato contro la sua impostazione tradizionale, che egli reputava aristocratica e, dall’altro, contro il suo pubblico borghese. Sarà infatti il “Non teatro” ad affacciarsi alla sua mente negli anni ’60 come via d’uscita in presa diretta con la realtà, dalla tradizione un po’ barocca della drammaturgia. Una forma teatrale quest’ultima, fatta dagli  spettatori che commentano a gruppi la quotidianità, le notizie che riguardano la loro vita, il loro mondo, senza artificiosi paludamenti. Ma se questa è una posizione d’avanguardia, Za non disdegna comunque, per innovarlo, il “teatro regolare”. Ed è il monologo, in quest’ambito, la forma che predilige.
La commedia del 1959 Come nasce un soggetto cinematografico, un testo aperto e sperimentale anticipatore delle avanguardie teatrali successive, è l’unico esemplare lavoro prodotto da Cesare Zavattini nel settore della drammaturgia. Il tema centrale di questo monologo è rappresentato dal lancinante tormento della coscienza di uno scrittore di cinema che, per un produttore senza molti scrupoli morali, deve ricavare un soggetto cinematografico da un fatto drammatico letto nel titolo di un giornale: "Un uomo facoltoso è disposto a comprare l’occhio che gli manca, un poveraccio si offre per lo straziante mercato". Il testo, liricamente autobiografico, è il frutto del doloroso conflitto interiore di uno scrittore di cinema (soggettista/sceneggiatore) che mette in discussione la sua attività più celebrata. Zavattini, ribaltando completamente prospettiva e presupposti, utilizzerà poi questo spunto nel film Il boom (1963) diretto da De Sica con interprete principale Alberto Sordi. Per contro egli non è mai riuscito di concludere il monologo Fare una poesia alla vigilia della guerra, che avrebbe dovuto essere proprio la rappresentazione del dramma delle responsabilità morali e civili dell’intellettuale. Di questa commedia, il cui testo incompleto è stato pubblicato sulla rivista "Rinascita" nel ’68, si conservano in Archivio numerosi fascicoli di materiali preparatori e l’ultima versione che, peraltro, Za aveva sottoposto al giudizio di Giorgio Strehler. A quest’ultimo aveva anche chiesto, trattandosi di monologo, che il regista e attore milanese la interpretasse personalmente, ottenendone un preventivo assenso. Ma c’è anche un altro progetto di commedia che voleva essere lo sviluppo naturale di quella del ’59 e che avrebbe dovuto condurre ad una forma di responsabilità volta a provocare risposte e un più diretto contatto con la realtà. È L’uomo ‘67. Anche questa non sarà realizzata né come monologo teatrale né, in un’altra versione, come progetto cinematografico. Oltre a scritti dell’artista luzzarese sul teatro, in Archivio sono conservati anche documenti e materiali relativi a rappresentazioni sceniche di suoi testi letterari realizzate da altri: Monologo in briciole, Non libro più disco, Il pianeta Zavattini, I poveri sono matti e altri ancora.

Scheda a cura di Giorgio Boccolari